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LA VALUTAZIONE DELLA PROVA NEL DIBATTIMENTO; IN PARTICOLARE IL PROCESSO INDIZIARIO Relatore: dott. Renato GAVAGNIN procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Venezia 1) Il processo indiziario è un tema rispetto al quale sia la dottrina sia la giurisprudenza hanno avuto modo di occuparsi ampiamente non solo perché il tema della prova è il fulcro attorno al quale ruota ogni processo, civile o penale, ma anche perché la prova indiziaria in sé presenta delle peculiarità suscettibili di valutazioni diverse quanto alla sua struttura e al rilievo processuale che le sono propri alla stregua del dato normativo che la prevede. Quando si parla di processo indiziario, di indizi, in termini non strettamente tecnico-giuridici viene facile pensare a un processo nel quale la prova che si acquisisce e valorizza non abbia quegli elementi di certezza che la valutazione del thema decidendum richiede e che offra, pertanto, soltanto una probatio minor che, addirittura, non potrebbe mai portare a una pronuncia di condanna. È da dire che la formulazione dell’art. 192, 2° comma c.p.p. potrebbe dare adito in prima lettura a una tale considerazione del processo indiziario laddove come principio generale nega che l’esistenza di un fatto possa essere desunta da indizi e dà poi ingresso ai medesimi solo in via di eccezione quando essi siano gravi, precisi e concordanti. Ad evitare equivoci che al riguardo potessero sorgere da una tale impostazione era stata proposta una formulazione in positivo della norma nel senso che “gli indizi sono valutati soltanto se siano gravi, precisi e concordanti”, ma è stata poi preferita quella accolta nel testo e questo, come sarà in prosieguo argomentato, non tanto per sminuire la valenza probatoria dell’indizio e, quindi, indirettamente per porre limiti al libero convincimento del giudice, quanto per sottolineare – che di una semplice sottolineatura in definitiva si tratta priva di rilievi sostanziali rispetto alla formulazione in positivo proposta – come il convincimento del giudice non debba e non possa affatto basarsi su sospetti, supposizioni, su elementi soggettivi cioè che non trovino riscontro in elementi oggettivi connotati dall’aggettivazione indicata nella norma. Così facendo, peraltro, il legislatore al tempo stesso in cui ha inteso circoscrivere la fonte cui può attingere il giudice nella formazione del suo libero convincimento, ha nettamente differenziato gli indizi da ogni altro elemento non controllabile e conferito ai medesimi una valenza probatoria che giustifica la loro collocazione nell’art. 192 c.p.p. che riguarda appunto la valutazione della prova. Una prova debole, incapace di per sé di fornire elementi probatori attendibili non potrebbe mai essere oggetto di valutazione nella formazione del convincimento del giudice: il fatto che gli indizi risultino ricompresi nella norma che disciplina la valutazione della prova impedisce pertanto qualsiasi discriminazione relativa al rango proprio degli indizi. Non ritengo, sia da condividere quella parte della dottrina che nel dettato del 2° comma dell’art. 192 c.p.p. vede normativizzato un regime di legalità della prova che penalizzerebbe quella indiziaria nel prescrivere per essa limiti di utilizzabilità processuale non previsti invece per la prova c.d. diretta quasi che per quest’ultima non si imponessero comunque quelle esigenze di prudente apprezzamento che devono sempre accompagnare la valutazione di ogni elemento probatorio acquisito.È qui da osservare che la aggettivazione che deve connotare l’indizio perché il medesimo possa costituire elemento di quel processo inferenziale che porta dal fatto noto a quello non noto proprio del thema probandum, trova giustificazione nella particolare struttura dell’indizio, di un fatto cioè che per non essere direttamente rappresentativo del fatto da provare e, quindi, di per sé, sul piano fenomenologico, neutro, ripete la sua valenza probatoria dalla sua, indichiamola per ora, idoneità a porsi in quella relazione con il thema probandum che sola può derivargli dal possesso dei requisiti che l’art. 192, 2° comma prescrive debba avere, mentre una tale esigenza non sussiste per la prova c.d. diretta che, a differenza dell’indizio, una tale idoneità possiede di per sé, a prescindere dal rilievo probatorio che in concreto potrà esserle poi attribuito, per cui è evidente come la sua valutazione richieda soltanto che il giudice dia conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei criteri adottati, principio generale questo che investe ogni tipo di prova ma che con riferimento alla struttura di quella indiziaria deve specificarsi con la aggettivazione prevista dalla norma che, d’altra parte, è propria anche delle presunzioni semplici di cui agli artt. 2727 e 2729 c.c. le quali al pari degli indizi consentono di risalire da un fatto noto a un fatto ignorato, e dove la gravità, la precisione e la concordanza sono condizione della loro ammissibilità: il giudice non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti, e si ricordi che nella economia della prova le presunzioni nel processo civile hanno un rilievo notevolmente inferiore rispetto a quello proprio degli indizi nel processo penale. La sua connotazione essenziale l’indizio, come chiaramente risulta dal suo etimo, la ripete dalla sua funzionalità a fornire indicazioni rispetto al thema probandum oggetto del processo. E qui mi piace richiamare il BELLAVISTA laddove nella voce “Indizi” nella Enciclopedia del diritto (Varese, 1988, pag. 224) ricorda come “nel diritto romano il termine indicium valeva propriamente per denunzia, almeno originariamente; nella terminologia tecnico-giuridica romanistica, quella che è la moderna accezione di indizio si rendeva con le voci argumentum o signum. La successiva fortuna del termine indizio... si giustifica con la spiegazione etimologica del NICOLINI, il quale rifacendosi a un passo oraziano (indiciis monstrare recentibus abdita rerum), argomenta che mostrare da segni recentemente osservati il segreto nascosto delle cose, è come svelarli, dirli. E da dico discenderebbero indico, index, indicium. L’accezione comune del termine non si discosta di troppo da quella giuridica, che definisce l’indizio come una circostanza certa dalla quale si può trarre, per induzione logica, una conclusione circa la sussistenza o la insussistenza di un fatto da provarsi”. Mutuando una terminologia propria della semiotica può dirsi che l’indizio è un segno che la tecnica di indagine adopera perché dotato di una capacità connotativa tale da individuare il fatto proprio del thema probandum che altrimenti rimarrebbe ignorato. L’indizio-segno è strumento quindi di conoscenza per l’aspetto significante che esprime rispetto a un significato che disvela. E tanto più valida sarà la acquisizione di conoscenza quanto più rigoroso il processo che conduce ad essa e proprio con riferimento a tale processo di abduzione il legislatore ha prescritto che gli indizi debbano avere determinati requisiti, quali quelli indicati nel 2° comma dell’art. 192 c.p.p. che hanno il compito di prevenire il rischio di “falsificazioni” cui il processo potrebbe dar luogo nel senso di fuorviare l’indagine. In un certo senso tali requisiti svolgono la stessa funzione svolta in negativo dai “falsificatori potenziali” della teoria falsificazionista dell’epistemologo Karl POPPER secondo il quale se si vuole che un determinato metodo scientifico possa essere controllato dall’esperienza è necessario conoscere i fattori che potrebbero falsificarlo: una teoria sarà quindi valida quanto più resisterà alle prove di falsificazionalità cui è esposta o può essere sottoposta. Tali fattori di rischio ne corroboreranno la scientificità nella misura in cui sono evitati.E i requisiti che gli indizi devono avere sono speculari al loro contrario: la non gravità, la imprecisione, la mancanza di concordanza che potrebbero accompagnarsi agli indizi sono i fattori di rischio che renderebbero inaffidabile il metodo seguito aperto così a ogni illazione, per cui proprio al fine di assicurare che l’inferenza logica, che da un fatto certo consente di pervenire alla dimostrazione di un fatto ignorato, resista a tali fattori di rischio, il legislatore li ha tradotti nella necessaria presenza positiva del loro contrario a salvaguardia della attendibilità del percorso logico che contrassegna l’indizio. A questo punto è evidente come trattandosi di una prova critica o indiretta il fatto dal quale essa trae origine deve essere ontologicamente certo, deve essere noto come espressamente prevede l’art. 2727 c.c. per la presunzione: la sua certezza deve risultare da una prova diretta che non abbisogni di passaggi logico-argomentativi per essere dimostrata. La sola possibilità di congetturare sulla certezza storica dell’indizio quale fatto inficierebbe tutto il processo logico che da esso si diparte. In tal senso si è espressa pure la giurisprudenza di legittimità (Cass. sez. I, 10 gennaio 1995 n. 118) secondo la quale “con la certezza dell’indizio viene postulata la verifica processuale circa la reale sussistenza dell’indizio stesso, giacché non potrebbe essere consentito fondare la prova critica (indiretta) su un fatto verosimilmente accaduto, supposto o intuito, e non accertato come realmente verificatosi, dal momento che con la regola di giudizio positivamente codificata, il procedimento probatorio fondato su elementi indiziari per sfociare nella prova del fatto ignoto – oggetto del “thema probandum” – deve fondarsi su circostanze di sicura verificazione storico-naturale”. “Altrimenti operando (Cass. 20 ottobre 1994 n. 1197), infatti, il procedimento indiziario sarebbe ‘in radice’ basato su mere congetture o soggettive impressioni, che indiscutibili postulati di civiltà giuridica hanno sempre escluso dall’ambito di utilizzabilità probatoria in sede di accertamento di responsabilità penale”. Principio questo del quale veniva fatta applicazione in tema di sequestro di persona, dove un indizio era costituito dal rinvenimento di una catena che sarebbe stata impiegata per immobilizzare la vittima, e rispetto alla quale l’imputato sarebbe incorso in contraddizioni sulla data e sul prezzo di acquisto (Cass. 8 febbraio 1991 n. 164): “non è conforme alle regole della logica giuridica far derivare, come un mero giudizio probabilistico, da una inesattezza dovuta al congruo tempo decorso, collegato ad un riferimento impreciso di modalità marginali riguardanti l’operazione di un acquisto, la certezza che quella catena fosse stata effettivamente usata ai predetti fini... Pertanto l’indizio in parola, così come è stato considerato, a parte il fatto coincidenziale dell’uso di una catena che immobilizzava il prigioniero, è privo di sicura e autonoma valenza probatoria.” A questo punto proprio per la essenzialità del dato potrebbe sorgere l’interrogativo del perché la certezza non figuri ricompresa tra i requisiti che connotano l’indizio. Al riguardo la risposta non è univoca in quanto se da un lato si afferma che la certezza dell’indizio è implicitamente ricompresa nella previsione del precetto, dall’altro si assume (vi è giurisprudenza di legittimità) che la certezza si identifica con il requisito della precisione. Questa seconda risposta potrebbe essere intesa quale sforzo diretto a colmare una lacuna che si ritiene ci sia nella norma per la mancata menzione della certezza tra i requisiti propri dell’indizio, per cui la si identifica con quello che meno impropriamente degli altri potrebbe ricomprenderla. Non solo però, come sarà più chiaro nella disamina dei singoli requisiti, una tale ricomprensione non è concettualmente ravvisabile, ma la ragione per cui la certezza non figura nella aggettivazione prevista nel 2° comma dell’art. 192 c.p.p. è dovuta al fatto che essa non è omogenea con gli altri requisiti.La certezza di cui si discute deve essere riferita all’indizio quale fonte di prova che può essere la più varia, o l’esame di un testimone che abbia direttamente assistito all’accadimento di un evento, o un documento, o tracce rinvenute sul luogo teatro del reato, o altre cose ancora, per cui è evidente che la certezza non consegue automaticamente da una semplice constatazione della esistenza della fonte ma comporta una verifica della medesima che nel caso della testimonianza sarà data dalla accertata attendibilità del testimone, nel caso del documento dall’accertata sua autenticità, nel caso delle tracce dalla accertata loro individuazione di res appartenenti a una determinata specie, o di segni che univocamente indichino la causa che li ha prodotti: ad esempio, in presenza di impronte sul terreno se esse siano state lasciate dall’uomo, o da un animale, o da un mezzo meccanico. In tutti questi casi la verifica della fonte non comporta alcuna inferenza logica che conduca al disvelamento del fatto ignorato proprio del thema probandum, in quanto considera l’indizio non quale elemento probatorio ma semplicemente come un fatto che deve essere individuato nella sua oggettività senza preoccupazione alcuna dei significati che il medesimo potrà poi esprimere nella storia criminale – come si usa dire – nel cui contesto soltanto la fonte dell’indizio potrà essere valutata quale elemento di prova: è per questo che il fatto noto deve offrire un grado tale di certezza da apparire indubitabile e incontestabile. Il fatto di per sé non è indizio ma può diventarlo, e soltanto con riferimento a tale divenire si giustificano i requisiti che devono connotarlo tra i quali la certezza non può avere ingresso posto che, se intesa in senso assoluto, confligge con la valenza probatoria propria dell’indizio conseguente alla sua struttura, mentre se intesa in senso relativo essa trova già la sua espressione nei requisiti della gravità e della precisione che la presuppongono nel senso che li precede logicamente tutti e, oltretutto, se il legislatore avesse inteso indicare con l’aggettivo “precisi” la certezza degli indizi non avrebbe mancato di farne menzione quale loro prima connotazione. La verità è che la certezza dell’indizio deve ritenersi implicita nella norma e ciò trova conferma anche nella lettura dell’art. 2729 c.c. che prevede, al pari dell’art. 192, 2° comma, c.p.p., i requisiti che l’indizio deve possedere per acquistare valenza probatoria e che non ricomprende tra di essi la certezza proprio perché la medesima si pone su un piano ontologico diverso che trova espressione in altra norma, l’art. 2727 c.c., dove le presunzioni semplici – indizi – sono le conseguenze che il giudice trae da un fatto noto, e cioè certo. Poiché, pertanto, l’art. 192, 2° comma c.p.p. ripete la aggettivazione dell’art. 2729 c.c., è evidente come in tale aggettivazione non possa ritenersi prevista anche la certezza o notorietà del fatto che funge da indizio e che viene, quindi, semplicemente presupposta. La certezza che deve essere propria del fatto per acquistare valenza di indizio pone però il problema se sia possibile che un indizio abbia come suo antecedente logico altro indizio, se sia possibile che un rapporto eziologico leghi più indizi e che l’ultimo, nonostante la mediatezza del riferimento alla certezza del primo fatto indiziante, possa comunque avere una propria valenza probatoria. Dopo quanto si è argomentato una risposta positiva è da escludere ma questo non significa affatto, come pure in dottrina si sostiene, porre dei limiti al libero convincimento del giudice, ma semplicemente evitare che esso possa formarsi – e riprendo una considerazione già accennata – sulla base di elementi di valutazione tali da inficiare, per l’assenza di un fatto certo, il processo logico inferenziale che conduce al fatto ignorato. E a questo punto è opportuno anche evidenziare come a rigore è libero non il modo di formazione ma l’an del convincimento nel senso che il convincimento del giudice si forma dopo che una valutazione delle prove vi sia stata in ordine agli elementi probatori rispetto ai quali esso può formarsi: i requisiti che l’indizio deve avere attengono alle regole che disciplinano la ammissibilità e la utilizzabilità processuali delle prove e che hanno lo scopo di impedire che il convincimento del giudice possa fondarsi solo sulla sua intima convizione, nella sua coscienza, che in sede di decisione possono, nel foro interno del giudice, avere un rilievo soltanto se a formarle concorrono elementi probatori che non ripetano la loro ontologia da sospetti, congetture, supposizioni che la vicenda giudiziaria possa aver suggerito al giudice.
Posted on: Sun, 28 Jul 2013 07:09:03 +0000

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