Le Forze Navali da Battaglia a La Spezia[modifica | modifica - TopicsExpress



          

Le Forze Navali da Battaglia a La Spezia[modifica | modifica sorgente] Movimenti iniziali[modifica | modifica sorgente] La corazzata Roma alla fonda a La Spezia nel 1943 Lordine di partenza delle Forze Navali da Battaglia, con destinazione La Maddalena, fu trasmesso da Supermarina alle 23:45 dell8 settembre e fu attuato dallammiraglio Bergamini dalla corazzata Roma su cui aveva issato le sue insegne, alle 01:45 del 9 settembre, quando le unità efficienti delle Forze Navali da Battaglia cominciarono a muovere: in tutto erano tre corazzate (Roma, Italia e Vittorio Veneto), quattro incrociatori (Raimondo Montecuccoli, Eugenio di Savoia, Duca dAosta e Attilio Regolo della VII Divisione incrociatori), otto cacciatorpediniere (Mitragliere, Fuciliere, Carabiniere e Velite della XII Squadriglia e Legionario, Oriani, Artigliere e Grecale della XIV Squadriglia) e cinque torpediniere (Pegaso, Orsa, Orione, Ardimentoso e Impetuoso). Tuttavia, occorsero ancora due ore prima che lultima nave, la Vittorio Veneto, uscisse dal porto di La Spezia.[47] Lordine di partenza fu inviato per conoscenza alle 04:04 dal Comando marina di La Spezia a Supermarina, che, però, non lo decrittò fino alle 04:22, quindi diciotto minuti dopo che la flotta aveva già lasciato il porto ligure. Poche ore dopo i reparti tedeschi fecero irruzione nella base.[48][49] Rispetto a quanto previsto nel promemoria Dick per la partenza delle navi, subito dopo il tramonto del sole per avere lindomani la scorta aerea degli Alleati al largo di Bona ed incontrarsi con una formazione navale britannica (Force H) comprendente due corazzate e sette cacciatorpediniere, la Forza Navale da Battaglia aveva accumulato un ritardo di circa sei-sette ore che, come si vedrà, fu fatale per gli attacchi aerei tedeschi, che sorpresero le navi in mare aperto e senza nessuna scorta aerea.[50] Le cause del ritardo sono imputabili, oltre alle estenuanti discussioni tra De Courten e Bergamini, anche alla dichiarazione dellarmistizio avvenuta improvvisamente il pomeriggio dell8 settembre, che non permise, a detta del sottocapo di stato maggiore della marina Sansonetti, di « seguire strettamente » le norme del promemoria Dick, « tanto più che dovevano partire le navi effettivamente pronte, ma anche quelle non pronte ma approntabili rapidamente. Per conseguenza, era stato deciso di far sostare la Squadra [navale di La Spezia] a La Maddalena nel pomeriggio del 9 e farla ripartire di li a notte. »[49] Dopo una notte di navigazione tranquilla, con mare calmo e luce lunare, circa alle 06:30 la formazione si congiunse al largo di Capo Corso con le forze provenienti da Genova (VIII Divisione incrociatori su Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi),[51] proseguendo in ununica formazione con rotta sud lungo la costa occidentale della Corsica. La squadra era ripartita in cinque colonne: le torpediniere, tranne la Libra, navigavano a qualche miglio di distanza di prora al resto della flotta, che aveva gli incrociatori divisi su due colonne, preceduti dalla stessa Libra, e con i cacciatorpediniere disposti sui fianchi; seguivano in posizione centrale rispetto alle due colonne degli incrociatori, le corazzate. Per premunirsi dagli attacchi aerei tedeschi Bergamini alle 04:13 segnalò a tutte le navi della sua formazione di fare « attenzione agli aerosiluranti allalba » e alle 07:07 aggiunse: « Massima attenzione a tutti ».[44] Alle 07:27, con messaggio compilato dallammiraglio Sansonetti, lasciato da De Courten a Roma a dirigere Supermarina, fu trasmesso al Comando Forze Navali da Battaglia, Marina Taranto e Comando 5ª Divisione corazzate (Taranto): [...] Truppe tedesche marciano su Roma (alt) Fra poco Supermarina potrà non poter comunicare (alt) Per ordine del Re eseguite lealmente clausole armistizio (alt) Con questa leale esecuzione la Marina renderà altissimo servizio al Paese (alt) De Courten. Alle 09:01 il centro radiotelegrafico di Roma trasmise al Comando della 5ª Divisione corazzate e al Comando delle Forze Navali da Battaglia un ordine compilato per Supermarina da De Courten, che al momento si trovava in viaggio con il Re per Pescara: [...] Esecutivo promemoria ordine pubblico n. 1 (uno) Comando Supremo alt In quanto non contrasta con clausole Armistizio [...]. Era questo lordine che per la prima volta invitava apertamente a reagire contro i tedeschi. Esso era stato diramato tardivamente quando ormai il Sovrano si trovava vicino a Pescara. Il messaggio di De Courten fu poi ritrasmesso da Supermarina a tutte le autorità e comandi della marina, a terra e in mare. Sempre intorno alle 09:00 Supermarina informò il comandante della base della Maddalena, ammiraglio Bruno Brivonesi, dellarrivo allisola delle Forze Navali da Battaglia « verso le 14:00 » e che le istruzioni relative al trasferimento a Bona avrebbero dovuto essere consegnate a Bergamini appena questi avesse ormeggiato la squadra a terra.[44][52] Alle 09:41 un ricognitore tedesco Junkers Ju 88 avvistò la Forza Navale da Battaglia al largo della costa occidentale della Corsica. Tra le 09:45 e le 10:56 si verificarono quattro allarmi per lavvistamento di altrettanti ricognitori, tre britannici e uno tedesco, che si mantennero fuori tiro. In seguito a ciò, la corazzata Roma chiese a Supermarina la protezione della caccia, richiesta che lammiraglio Sansonetti, informato sui movimenti dei velivoli tedeschi tenuti sotto controllo dallintercettazione delle loro trasmissioni radio, alle 10:30 passò a Superaereo, il quale dispose che vi provvedessero gli aerei della Sardegna, senza però dargli le giuste informazioni: ossia specificare che le navi italiane non percorrevano il mar Tirreno ma che transitavano a ponente della Corsica. Ne conseguì che quando alle 12:13 decollarono, al comando del capitano Remo Mezzani, quattro caccia Macchi M.C.202 dell83ª Squadriglia del 13º Gruppo Caccia, essi ricercarono la flotta italiana al largo della costa occidentale della Corsica per poi rientrare alle 14:10, dopo aver sorvolato lancoraggio della Maddalena, senza aver incontrato le navi che erano in ritardo di navigazione, e della cui rotta i piloti non conoscevano le esatte coordinate avendo ricevuto alla partenza soltanto notizie alquanto generiche e approssimative.[44] Alle 11:50 fu diramato in linguaggio chiaro a tutte le navi e a tutti i comandi della marina un proclama del ministro De Courten per incoraggiare gli uomini e spiegargli che era necessario deporre le armi, lodandoli inoltre per limpegno profuso durante la guerra. Questo proclama, compilato quasi dieci ore prima dellinizio della trasmissione, fu ritrasmesso varie volte nelle ore seguenti e anche nella giornata dellindomani 10 settembre. La situazione dellItalia in quel momento fece apparire il messaggio spiritualmente appropriato e giustificato, ma giunse agli uomini della Regia Marina tardi, dopo che fu accertato che il Re si trovava al sicuro, lontano da Roma, e che le basi di La Spezia e Napoli erano già entrate in possesso della Wehrmacht.[44] Alle 12:10 Bergamini, dopo aver ricevuto dellammiraglio Brivonesi la segnalazione che la sosta della flotta alla Maddalena doveva essere breve, trasmise a tutte le unità i punti di ormeggio in rada, e successivamente comunicò di segnalare quale era, per ogni nave, la rimanenza di acqua. Brivonesi, quando comprese che le navi di Bergamini, dovendo proseguire per Bona, potevano evitare la sosta alla Maddalena, propose a Supermarina di autorizzarlo ad inviare al Roma le istruzioni con un mezzo veloce a sua disposizione, ma lammiraglio Carlo Giartosio, sottocapo di stato maggiore aggiunto della marina (vice di Sansonetti), forse perché non sapeva cosa volesse fare lammiraglio Bergamini che non aveva dato il ricevuto a quattro messaggi inviatigli, confermò a Brivonesi di consegnare le istruzioni dopo larrivo della flotta.[44] Alle 13:05 il Vittorio Veneto fu informato da un messaggio della corvetta Danaide delloccupazione della Maddalena (in realtà era stato occupato solo il centro di comando e la stazione radio da un massimo di 200 soldati delle unità Brandenburg sbarcati da alcuni trasporti provenienti da Palau, nonostante la guarnigione italiana fosse forte di oltre 10.000 uomini, sufficientemente armati e protetti da alcune navi in rada). Brivonesi, con il consenso del comandante tedesco capitano di fregata Helmut Hunaeus, mise Supermarina al corrente della sua posizione di prigioniero di guerra, pregando Sansonetti di riferire la stessa cosa a Bergamini, con tutti i rischi che la nuova situazione comportava. Alle 13:16 Sansonetti fece trasmettere alle Forze Navali da Battaglia lordine di dirigere direttamente su Bona invece che sulla Maddalena.[53] Questo ordine, tuttavia, non poté essere decifrato dalla corazzata Roma per mancanza di una tabella di decifrazione. Se il messaggio fosse giunto a Bergamini trasmesso con altra tabella, egli avrebbe proseguito direttamente per Bona, saltando la sosta alla Maddalena. Questordine poteva essere consegnato direttamente allo stesso Bergamini dopo la riunione degli ammiragli a Roma del 7 settembre, ma così non fu, probabilmente perché a Supermarina si sapeva benissimo quale fosse il pensiero di Bergamini riguardo alle proprie navi, che egli avrebbe voluto autoaffondare invece di consegnarle agli Alleati.[44] I dettagli di navigazione e i segni distintivi di riconoscimento da usare per raggiungere Bona arrivarono al Roma solo alle 14:24, quando la Forza Navale da Battaglia si trovava ad est dellAsinara. Bergamini, quindi, salpando da La Spezia, non era ancora stato autorizzato ad innalzare sugli alberi delle sue navi il pannello nero e a pitturare sui ponti gli altri segni distintivi fissati dagli Alleati nel promemoria Dick. I sospetti secondo cui le intenzioni dellammiraglio fossero quelle di non voler rispettare gli ordini ricevuti di andare a Bona sono quindi infondati. Allo stesso tempo arrivò la notizia che La Maddalena era stata occupata. Alle 14:27 il Vittorio Veneto intercettò un messaggio diretto ai cacciatorpediniere Vivaldi e Da Noli e per conoscenza al Comando delle Forze Navali da Battaglia, in cui Supermarina ordinava di uscire dalle Bocche di Bonifacio e di attaccare tutto il naviglio tedesco avvistato fra la Sardegna e la Corsica; in seguito a questo messaggio alle 14:41 Bergamini ordinò alle proprie forze, con le navi che procedevano in linea di fila per la presenza di campi minati, unaccostata a un tempo per 180° con nuova rotta a nord-ovest, confermando Supermarina dellavvenuto cambiamento di rotta e, quindi, di voler ubbidire allordine di andare a Bona.[44] Il Roma passò dalla testa alla coda della formazione delle corazzate, che aveva ridotto ulteriormente la velocità a 18 nodi. Prima del Roma, in ordine, stavano lItalia e il Vittorio Veneto, mentre a seguire cerano sei incrociatori, otto cacciatorpediniere e cinque torpediniere. La formazione molto allungata, la meno adatta a fronteggiare un attacco aereo, si era resa necessaria sempre per minimizzare i rischi di incappare in qualche mina. Le forze aeree tedesche[modifica | modifica sorgente] La Luftwaffe, laeronautica militare tedesca, aveva disponibile nella penisola italiana, in Sardegna e in Corsica, la Luftflotte 2 (2ª flotta aerea) del Generalfeldmarschall Wolfram von Richthofen. Ad esso non vennero assegnate speciali disposizioni per attaccare le navi italiane, sebbene la sera dell8 settembre il comando supremo delle forze aeree ordinò di dare attuazione alloperazione Achse, la quale specificava, tra le altre cose, che « le navi da guerra italiane che fuggono o provino a passare dalla parte del nemico devono essere costrette a ritornare in porto, o essere distrutte. » Quando la sera dell8 settembre, nellimminenza dello sbarco degli anglo-americani sulle coste di Salerno, i tedeschi conobbero da Radio Algeri la notizia dellarmistizio dellItalia, considerarono il voltafaccia dellalleato, – come scrisse il comandante della marina germanica in Italia, ammiraglio Wilhelm Meendsen-Bohlken – «un meschino tradimento». Questo sentimento di disprezzo era reso ancora più irritante dal fatto che i tedeschi, impegnati a contrastare lo sbarco degli Alleati a Salerno, non si trovarono in condizioni di reagire in massa con laviazione contro i porti dellex alleato durante quella notte; né poterono impedire la partenza delle navi italiane facendo affluire davanti a quegli stessi porti lo scarso naviglio offensivo a disposizione (in particolare i sommergibili e le motosiluranti), posare sbarramenti minati, ed avanzare celermente con le truppe di terra. Ne conseguì, almeno per le molte unità efficienti della flotta italiana, la possibilità di prendere il mare dalle loro basi navali, in ottemperanza alle disposizioni dellarmistizio contenute nel noto promemoria Dick e diramate dallammiraglio Sansonetti nelle prime ore del 9 settembre. Comunque, la reazione tedesca fu ovunque così pronta ed efficace che, praticamente, le Forze Navali da Battaglia ed altre unità minori uscirono da La Spezia appena in tempo per non esservi bloccate, mentre quelle di Genova, salvo lVIII Divisione incrociatori, restarono nel porto e furono catturate.[44] Il maggiore della Luftwaffe Bernhard Jope, comandante del III gruppo del Kampfgeschwader 100, di cui fecero parte gli aerei che misero a segno le bombe che affondarono la corazzata Roma In quel momento lunità aerea della Luftwaffe più vicina alle Forze Navali da Battaglia era la 2ª Fliegerdivision (2ª divisione aerea) del General der Flieger Johannes Fink, facente parte organicamente della Luftflotte 2, ma alle dirette dipendenze territoriali del Generalfeldmarschall Hugo Sperrle, comandante della Luftflotte 3 dislocata negli aeroporti della Francia e dei Paesi Bassi. Il compito di attaccare la flotta italiana partita da La Spezia fu assegnato al maggiore Fritz Auffhammer, comandante del Kampfgeschwader 100 Wiking (KG 100 – 100º stormo da bombardamento) che per loccasione era stato messo temporaneamente alle dipendenze territoriali della Luftflotte 2. Il KG 100 aveva immediatamente disponibili il II e III gruppo (II./KG 100 e III./KG 100), dislocati rispettivamente a Cognac e Istres, due cittadine della Provenza. Il capitano Franz Hollweck, comandante del II gruppo, e il maggiore Bernhard Jope, comandante del III gruppo, avevano in carico bombardieri Dornier Do 217 caricabili con bombe convenzionali o con speciali missili aria-superficie radiocomandati, gli Henschel Hs 293, o, ancora, con bombe plananti perforanti Ruhrstahl SD 1400 (dette anche Fritz o PC 1400 X), costruite appositamente per la lotta antinave. Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni storici, entrambi gli ordigni speciali erano già stati usati dalla Luftwaffe contro obiettivi Alleati nellestate del 1943, ottenendo scarsi risultati la Fritz e distruggendo uno sloop e danneggiando un cacciatorpediniere lHs 293. Lattacco aereo tedesco alle Forze Navali da Battaglia e laffondamento della corazzata Roma[modifica | modifica sorgente] Dalle ore 14:00 decollarono in tre ondate, da Istres, ventotto Do 217 (undici del II./KG 100 e diciassette del III./KG 100) per dirigersi verso le navi italiane. Non decollarono invece, per motivi ignoti, gli aerosiluranti del I e III gruppo del Kampfgeschwader 26, anchessi disponibili in Provenza e sottoposti alla 2ª Fliegerdivision. Poco prima delle ore 14:00 del 9 settembre, il cacciatorpediniere Legionario (capitano di vascello Amleto Baldo) segnalò aerei allo zenit, riconoscendoli per tedeschi. Nessuna segnalazione preventiva era stata fatta dai mediocri radiolocalizzatori Gufo (italiani) e Dete (tedeschi) di cui erano dotate quasi tutte le navi. Secondo il rapporto del comando della VII Divisione navale, sullincrociatore Eugenio di Savoia lallarme a vista scattò alle 15:10. Doveva trattarsi di un ricognitore tedesco, che alle 15:15 segnalò la flotta italiana, come costituita da tre navi da battaglia, sei incrociatori e sei cacciatorpediniere, con rotta sud a circa 20 miglia a sud-ovest di Bonifacio. Alle 15:37 la formazione navale venne attaccata per la prima volta da undici Do 217 del III./KG 100 (dalle navi italiane scambiati erroneamente per Ju 88), al comando del maggiore Bernhard Jope. In seguito, gli equipaggi tedeschi affermarono di aver inquadrato due corazzate ed un incrociatore con tre bombe e di aver centrato con altre tre bombe due corazzate, su una delle quali fu vista una grande esplosione. Queste valutazioni risultarono quasi esatte. Nel primo passaggio sopra le navi italiane cinque Do 217 riuscirono a far cadere una bomba a una cinquantina di metri dalla prora dellEugenio di Savoia e unaltra a pochissima distanza dalla poppa della corazzata Italia, causando, con la concussione dellesplosione in acqua, la momentanea avaria del timone principale. La corazzata Roma non rappresentò il bersaglio di questo primo passaggio, ed è quindi da escludere che a colpire la nave sia stato il velivolo del maggiore Jope, come più volte sostenuto da giornalisti e storici. La reazione della contraerea italiana non fu adeguata alla situazione: stando alla Commissione dinchiesta speciale della marina italiana, questo fu dovuto alla velocità e allangolo (80° invece dei 60° previsti in un attacco convenzionale) con cui la Luftwaffe condusse lattacco. Una bomba PC 1400 X esposta allAustralian War Memorials Treloar Technology Centre. I bombardieri tedeschi riuscirono a piazzare due di questi ordigni sulla corazzata Roma determinandone il rapido affondamento Alle 15:46 il Roma venne colpito da una bomba perforante teleguidata Fritz sganciata da uno dei tre aerei della 7ª Staffel (squadriglia) del III./KG 100, al comando del tenente Ernst Michelis. La bomba partita dal Dornier del diciannovenne tenente pilota Klaus Duemling, alla sua prima missione di guerra, scese, guidata dal puntatore sottufficiale Penz, dai 7.000 metri fino a perforare il ponte corazzato della nave da battaglia esplodendo sotto lo scafo, aprendovi una grossa falla e provocando larresto di due caldaie con conseguente riduzione della velocità della nave a sedici nodi. La già citata Commissione dinchiesta speciale stabilì che in questo frangente il tiro contraereo del Roma fu abbastanza rapido (sei salve con i cannoni da 90 mm), considerando che i calibri da 152 mm non poterono essere usati perché il loro alzo non gli permise di inquadrare gli aerei. A questo punto sopraggiunsero tre Dornier dell11ª Staffel del III./KG 100, agli ordini del capitano Heinrich Schmetz, sempre alla quota di 7.000 metri dove le granate italiane non potevano arrivare. Il sergente Kurt Steinborn manovrò il suo bombardiere per permettere al puntatore, sergente Eugen Degan, di inquadrare la nave più grande della formazione italiana, vale a dire il Roma: alle 15:52 lordigno colpì la nave italiana a prua, sotto il torrione comando e vicino ad un deposito di cariche di lancio dei proietti. Lincendio che si sviluppò generò un altissimo calore che avvolse tutto il torrione comando, determinando la morte pressoché istantanea di tutti quelli che si trovavano nelle plance ammiraglio e comandante, compresi lammiraglio Bergamini, il suo capo di stato maggiore contrammiraglio Stanislao Caraciotti e il comandante della nave, capitano di vascello Adone Del Cima. Alle 16:12 la corazzata si capovolse, per poi spezzarsi in due tronconi che, fotografati da un aereo britannico, affondarono dopo tre minuti.[54] Stando alle testimonianze dei marinai a bordo dellincrociatore Duca degli Abruzzi quando il Roma venne colpito furono viste solo due enormi fiammate, senza rumore di scoppio. La Commissione dinchiesta speciale concluse quindi che il munizionamento deflagrò invece di esplodere, evitando quindi limmediata scomparsa della corazzata e la perdita di tutto lequipaggio. Le perdite totali furono di 1.392 uomini. Come determinò la Commissione dinchiesta, la mancanza di unazione di comando dovuta alla scomparsa degli ufficiali nel torrione di comando impedì il rapido abbandono della nave, che alla fine fu ordinato dal tenente di vascello Agostino Incisa della Rocchetta. La Commissione lodò il comportamento dellequipaggio e non mosse nessun addebito nei confronti dei vertici militari a bordo del Roma. Alle 16:29, quando la corazzata Roma era già affondata, lunità gemella Italia del capitano di vascello Sabato Bottiglieri venne danneggiata da una bomba Fritz lanciata probabilmente da un ritardatario Dornier dell11ª Staffel, che perforò il castello, la coperta e la murata del primo corridoio esplodendo quindi in mare, causando uno squarcio di circa ventuno metri per nove. Nonostante avesse imbarcato 1.246 tonnellate dacqua (830 dopo lesplosione e 416 per controbilanciare la stabilità della nave), lItalia riuscì a continuare la navigazione mantenendo la velocità di 24 nodi della squadra navale, salvo ridurla in seguito a 22 nodi.[55] La Luftwaffe ebbe a soffrire la perdita di un solo Dornier Do 217 della 4ª Staffel del II./KG 100, finito in mare mentre rientrava in Francia dalla missione. Perirono tutti i quattro membri dellequipaggio, incluso il tenente pilota Erhard Helbig. La perdita di Bergamini e di tutto il suo Stato maggiore comportò la perdita di tutte le istruzioni trasmesse direttamente allammiraglio, che questi non aveva diramato ai comandi in sottordine.[55] Il comando delle Forze Navali da Battaglia passò allammiraglio Romeo Oliva, comandante più anziano in mare. Oliva, dopo una discussione con lammiraglio Luigi Biancheri, comandante dellVIII divisione incrociatori, che voleva rientrare a La Spezia per evitare la resa,[56] diede ordine di far rotta su Bona. Nel corso della giornata la Luftwaffe attaccò le navi italiane anche una seconda e una terza volta, come dimostrano i rapporti caduti in mano britannica dopo la fine della guerra. La seconda incursione avvenne tra le 19:30 e le 19:34 da unaltitudine tra i 1.300 e i 1.700 metri, e in questa occasione furono sganciate, dai Do 217 del II./KG 100, sette missili Hs 293. Fu ritenuto che uno di questi missili avesse colpito il fianco di un cacciatorpediniere. Un altro missile cadde a cinque metri da un incrociatore e unesplosione fu osservata a prora di quella nave. Un terzo missile cadde tra i cinque e i dieci metri da un altro incrociatore, ma non ebbe effetti apparenti. Il terzo e ultimo attacco si verificò tra le 19:20 e le 19:40, e vi parteciparono sei Do 217 del III./KG 100 che dopo essere rientrati alla base dal primo attacco si erano riforniti ad Istres e ripartiti per ripetere lazione, suddivisi in due formazioni di tre velivoli. La prima formazione non riuscì ad individuare le corazzate italiane e sganciò le bombe PC 1400 X da unaltezza di 7.000 metri contro una squadra di incrociatori a dieci miglia a nord-nordovest da Punta Caprera, ma gli equipaggi dei Do 217 non osservarono colpi a segno, secondo loro perché due delle tre bombe ebbero un mal funzionamento a causa di problemi tecnici. La seconda formazione del III./KG 100 individuò ed attaccò a venti miglia a nord-ovest di Alghero la forza navale italiana, osservando una PC 1400 X colpire una nave da battaglia, e gli equipaggi dei velivoli dichiararono che essa era in fiamme. Il colpo a segno fu osservato da un aereo da ricognizione tedesco che, nel fare un servizio di mantenimento del contatto, alle 19:40 notò diverse esplosioni, ma soltanto su un incrociatore che poi fu visto arrestarsi in precarie condizioni.[57] In realtà, nel corso degli ultimi due attacchi vi fu molto ottimismo da parte degli equipaggi degli aerei tedeschi, poiché non vi furono colpi a segno sulle navi italiane, che sfuggirono alle bombe guidate con abili manovre dirette dai loro comandanti. Dopo il successo contro la flotta italiana il maggiore Bernhar Jope venne nominato comandante del KG 100, sostituito alla guida del III gruppo dal maggiore Gerhard Döhler. Il maggiore Fritz Auffhammer, per far posto a Jope, fu mandato in Unione Sovietica a comandare il Kampfgeschwader 3 Blitz, mentre a comandare il II./KG.100 fu destinato il capitano Heinz Molinnus, che subentrò al capitano Franz Hollweg.[58] Alle 04:49 del 10 settembre Oliva diede lordine di dipingere i cerchi neri e di alzare a riva i pannelli neri richiesti dagli Alleati come segno di resa.[59] Lordine era stato trasmesso alle 14:24 del 9 da Supermarina al Roma con un cifrario non in possesso dei comandi di divisione, e pertanto questi ultimi erano rimasti alloscuro. Dopo la perdita della corazzata lordine fu ripetuto da Roma a tutte le navi, compresi i sommergibili, e ai comandi periferici. Alle 08:38 la forza navale incontrò a nord di Bona una forza navale britannica a cui erano stati aggregati i cacciatorpediniere Vasilissa Olga e Le Terrible in rappresentanza delle marine greca e francese che volevano presenziare alla resa italiana.[59] Nelle sue seguenti osservazioni sullo svolgimento e sulle conseguenze degli attacchi tedeschi, Oliva criticò i vertici della Marina per non aver saputo sfruttare la protezione aerea che Superaereo aveva fornito dalla primavera del 1943,[60] spendendo simili parole anche per il mancato ordine di decollo al primo allarme dei Reggiane Re.2000 imbarcati nelle tre corazzate.[61] Oliva disse invece che nel corso degli attacchi aerei « tutte le unità hanno sempre manovrato con prontezza e decisione e ciascuna per proprio conto » visto che liniziale disposizione delle imbarcazioni su una lunga fila impediva manovre dinsieme. Questo fatto, a detta dellammiraglio Oliva, si dimostrò « molto efficace ed ha consentito agli incrociatori di evitare parecchie bombe ad essi dirette. » Di diverso avviso fu invece il capitano di fregata Marco Notarbartolo, che nel suo rapporto di navigazione stilato il 22 settembre 1943 scrisse che le forze navali « hanno scarsamente reagito con la manovra allazione avversaria. [...] Le due accostate ad un tempo durante la prima fase dellattacco hanno portato [...] a inopportuni avvicinamenti tra le unità » mentre, per quanto concerne il tiro contraereo, questo fu « alquanto fiacco e disordinato e quindi inefficace » e gli scoppi delle granate « erano radi e assai distanziati da essi [gli aerei tedeschi] ». Laffondamento dei cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi e Antonio da Noli[modifica | modifica sorgente] I cacciatorpediniere della classe Navigatori Ugolino Vivaldi e Antonio da Noli, avevano lasciato La Spezia la sera dell8 settembre con destinazione Civitavecchia, dove si sarebbero dovuti imbarcare il Re e il governo per raggiungere La Maddalena,[62][63] ma essendo stata lisola occupata dai tedeschi, venne deciso che il Re si recasse a Brindisi e le due unità, ormai in prossimità del porto laziale, ricevettero il contrordine di ricongiungersi con la squadra partita da La Spezia e proseguire per Bona, ma costrette a passare attraverso le Bocche di Bonifacio le due unità vennero attaccate dalle batterie di cannoni da 88 mm tedeschi posizionate in Sardegna e in Corsica.[64] LAntonio da Noli, ripetutamente colpito, affondò poco dopo a causa di una mina di uno sbarramento realizzato il 26 agosto, a sud di Capo Fenu, dai posamine Pommern e Brandenburg, causando la morte di circa 200 uomini su 267 dellequipaggio, tra cui il comandante capitano di fregata Pio Valdambrini. Il capitano di vascello Francesco Camicia, comandante dellUgolino Vivaldi, proseguì con la nave gravemente danneggiata verso ovest, ma venne colpito da un missile aria-superficie Henschel Hs 293 radiocomandato da un solitario Dornier Do 217 del II./KG 100, per poi affondare lindomani 10 settembre 50 miglia a ponente del golfo dellAsinara.[64] Ventuno uomini dellAntonio da Noli furono recuperati il 10 settembre da un idrovolante tedesco Dornier Do 24 (altri tre Do 24 impegnati nellopera di salvataggio furono incendiati e distrutti dopo lammaraggio da un velivolo B-24 Liberator statunitense). Il 12 settembre il sommergibile britannico Sportsman raccolse quarantadue uomini dellAntonio da Noli, e il 15 settembre la motozattera Mz.780 (guardiamarina Alfonso Fappiano) raccolse altri sette uomini dellUgolino Vivaldi portandoli poi alle Baleari.[64] Il trasporto dei naufraghi alle Baleari[modifica | modifica sorgente] Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Internamento dei militari italiani nella seconda guerra mondiale#I naufraghi del Roma. LAttilio Regolo in linea di fila con Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere al rientro a Taranto il 23 gennaio 1945 I comandanti delle torpediniere Pegaso e Impetuoso, Riccardo Imperiali e la medaglia doro Cigala Fulgosi, dopo aver soccorso i naufraghi della corazzata Roma, trasportandone i feriti alle Baleari, e aver usufruito delle 24 ore di ospitalità regolamentari, l11 settembre 1943, al momento di ripartire, invece di navigare verso il punto di consegna delle loro navi, rifiutarono di consegnarle agli inglesi autoaffondandole alluscita del porto. Per contro lincrociatore Attilio Regolo e i tre cacciatorpediniere Mitragliere, Fuciliere e Carabiniere, che avevano anchessi trasportato alle Baleari naufraghi della Roma, vennero internati, dopo che al Regolo vennero sabotate le turbine per evitarne la consegna agli Alleati. In base alla convenzione dellAia del 1907, le navi militari di stati belligeranti non potevano restare più di 24 ore nei porti di uno stato neutrale, salvo avarie o impossibilità dovuta alle condizioni del mare, e potevano rifornirsi nei porti neutrali solo per le necessità normali del tempo di pace, potendo quindi fare scorta di combustibile solo per raggiungere il porto più vicino del proprio stato. Superate le 24 ore, lo stato neutrale, previa notificazione, aveva il diritto e il dovere di trattenere la nave con il suo equipaggio per tutta la durata del conflitto. Il comandante Marini chiese immediatamente rifornimento di nafta e acqua che gli spagnoli con vari espedienti non concessero. Nel primo pomeriggio del 10 settembre vennero sbarcati e trasportati allospedale 133 tra feriti e ustionati[65]. Nella notte tra il 10 e l11 settembre, a bordo del Regolo, per evitare che al momento di lasciare le acque spagnole la nave fosse consegnata agli Alleati, alcuni componenti dellequipaggio sabotarono le turbine, e nella stessa notte i comandanti del Pegaso e dellImpetuoso (Imperiali e Cigala Fulgosi), sempre per evitare leventuale consegna agli Alleati o la cattura dei tedeschi o linternamento delle loro navi, dopo avere sbarcato i feriti lasciarono gli ormeggi alle 03:00 del mattino dell11 settembre ed autoaffondarono le due unità, i cui equipaggi raggiunsero terra con le imbarcazioni di bordo e furono internati. Anche lOrsa, rimasta a Pollensa, venne internata con il suo equipaggio ancora prima che fossero trascorse le 24 ore di sosta nel porto, e nel pomeriggio dell11 settembre le autorità spagnole comunicarono al comandante Marini che le navi, non avendo lasciato gli ormeggi entro le previste 24 ore, erano sotto sequestro per ordine del governo spagnolo[65]. I mesi che seguirono linternamento furono carichi di tensione, con molti internati che simpatizzavano apertamente per la Repubblica Sociale Italiana. Il clima venne appesantito anche a causa dellastio che militari e civili spagnoli di fede falangista covavano verso gli equipaggi delle navi, ritenuti badogliani. Nel gennaio 1944 i naufraghi della corazzata e gli equipaggi di Pegaso e Impetuoso vennero ospitati in un albergo di Caldes de Malavella (Catalogna), dove vennero organizzati ed inquadrati sotto i comandanti Imperiali e Cigala Fulgosi fino al loro rimpatrio, avvenuto nellestate 1944, poco dopo la liberazione di Roma. Dopo molte trattative diplomatiche le navi vennero autorizzate a lasciare le acque spagnole il 15 gennaio 1945, e giunsero a Taranto il 23 gennaio. La base di Taranto[modifica | modifica sorgente] Lordine di approntare le navi della 5ª divisione, dislocata a Taranto, giunse da Supermarina con un messaggio trasmesso alle 20.51 dell8 settembre[66]. In seguito alla comunicazione della cessazione delle ostilità, trasmessa da Supermarina a Marina Taranto alle 24.00, mezzora dopo lammiraglio Bruto Brivonesi, comandante di Marina Taranto, informava i comandanti in mare (Da Zara e Galati) che le unità non dovevano essere consegnate a militari di altre nazioni senza ulteriori ordini e che, in caso non fosse possibile opporsi [a tentativi di abbordaggio], dovevano essere affondate[35]. La mattina del 9 settembre, alle 7.27 Sansonetti (rimasto a Roma, in quanto De Courten era in viaggio per Pescara) trasmetteva a Taranto lordine di eseguire lealmente le clausole dellarmistizio, mentre ordinava allincrociatore di Scipione Africano di muovere a 28 nodi per Pescara[67]. Lordine di muovere per Malta e le istruzioni per i segnali di riconoscimento furono trasmessi a Taranto alle 9.20 dello stesso giorno[67]. In seguito a queste notizie il contrammiraglio Giovanni Galati, comandante di un gruppo di incrociatori[68], rifiutò la resa e dichiarò che non avrebbe mai consegnato le navi ai britannici a Malta, mostrando lintenzione di salpare per il Nord, o per cercare unultima battaglia, o per autoaffondare le navi. Lammiraglio Brivonesi, suo superiore, dopo aver tentato invano di convincerlo ad ubbedire agli ordini del Re, al quale aveva prestato giuramento, lo fece mettere agli arresti in fortezza[69], insieme a Galati furono sbarcati il Capitano di vascello Baslini ed il Tenete di vascello Adorni, che si erano rifiutati di consegnare agli alleati le navi al loro comando[67]. Così solo alle 17.00[67] poté partire lammiraglio Da Zara con le corazzate Duilio e Doria e «sarà anche il primo ad entrare a La Valletta, con il pennello nero del lutto sui pennoni»[70]. Lammiraglio Galati la sera del 13 settembre venne condotto a Brindisi, portato alla presenza dellammiraglio De Courten e al termine del colloquio il giorno dopo venne reintegrato. Lammiraglio Galati era uno dei giovani e brillanti ammiragli con un passato militare di primordine[71] Solo a guerra finita, lammiraglio Galati seppe che a ordinare la sospensione di qualsiasi processo era stato il Re in persona, che aveva ritenuto necessario che il suo primo atto di Regno del Sud nascesse sotto il segno della conciliazione.[69] Pola[modifica | modifica sorgente] Il più grave dei tumulti che fecero seguito alla notizia dellarmistizio e allordine di salpare per navigare verso i porti degli Alleati si verificò a bordo della corazzata Giulio Cesare, partita la mattina del 9 settembre da Pola, dove si trovava in cantiere. Parte dellequipaggio, compresi il direttore di macchina, quattro ufficiali e alcuni sottufficiali, una volta capito che la destinazione sarebbe stata la base navale britannica di Malta, decise di affondare la corazzata al largo di Ortona per non consegnarla agli Alleati. Il gruppo rinchiuse nella sua cabina il comandante, capitano di vascello Vittore Carminati, ma il resto dellequipaggio non partecipò ai disordini. Carminati, dopo una notte di trattative ed un messaggio delle 09:40 in cui Supermarina assicurava che « in clausole armistizio è esclusa cessione navi o abbassamento bandiera »,[67] riuscì a riprendere il controllo della situazione raggiungendo Taranto, proseguendo poi per Malta.[72] Bastia[modifica | modifica sorgente] Il 9 settembre 1943 il capitano di fregata Carlo Fecia di Cossato, già esperto sommergibilista dellAtlantico decorato dai tedeschi con la Croce di Cavaliere,[73] al comando della torpediniera Aliseo, invertì la rotta della sua nave dopo luscita dal porto di Bastia (Corsica) per soccorrere la torpediniera Ardito, danneggiata e catturata da dieci unità tedesche.[74] Di Cossato e il suo equipaggio, sostenuti a maggiore distanza dalla corvetta Cormorano, affondarono due cacciasommergibili (UJ 2203 e UJ 2219) e, in seguito e grazie anche al fuoco dalle batterie costiere, cinque motozattere (F 366, F 387, F 459, F 612 e F 629)[75] danneggiandone altre tre, evitando la cattura dellArdito[76][77] e riuscendo a navigare a Palermo, raggiungendo quindi il resto della flotta italiana a Malta. Per lepisodio e per il suo passato da abile comandante di sommergibili, il 27 maggio 1949 di Cossato venne premiato con la medaglia doro al valor militare postuma.[78] La X Flottiglia MAS[modifica | modifica sorgente] Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Xª Flottiglia MAS (RSI). La X MAS si divise in due con una parte, tra cui il capitano di vascello Ernesto Forza, rimase fedele al Regno dItalia formando lunità speciale denominata Mariassalto e laltra al seguito del comandante della X MAS Junio Valerio Borghese decise di continuare la guerra contro gli alleati. Oceano Atlantico[modifica | modifica sorgente] Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi unità della Kriegsmarine provenienti dalla Regia Marina. Al momento dellarmistizio a Bordeaux presso la base navale di Betasom, comandata dal capitano di vascello Enzo Grossi, che aderì alla Repubblica Sociale Italiana, erano distaccati tre sommergibili oceanici, il Cagni, il Finzi e il Bagnolini. Il Cagni che era in missione accettò larmistizio e si reco nel porto Alleato di Durban dove fu ricevuto con lonore delle armi[79]. Gli equipaggi degli altri due optarono per ladesione alla RSI[80] e i due sommergibili operarono per circa un mese sotto la bandiera della Repubblica Sociale Italiana. Poi il 14 ottobre 1943 furono incorporati nella Kriegsmarine. In seguito alle vicende armistiziali Betasom confluì nella Marina Nazionale Repubblicana. Cinquanta specialisti rientrarono in Italia e furono incorporati nella Xª Flottiglia MAS.[81] Gli altri continuarono a fare parte della Marina Nazionale Repubblicana e, integrati da altri marinai provenienti dagli Internati Militari Italiani, furono impiegati come difesa costiera. In seguito fu costituito il battaglione Longobardo che rientrato in Italia fu incorporato anchesso nella Xª Flottiglia MAS.[82] Il Bagnolini, che imbarcava personale misto italo-tedesco, fu utilizzato per missioni di trasporto di materie prime con il Giappone e fu affondato nei pressi del Capo di Buona Speranza l11 marzo 1944. Mare del Nord[modifica | modifica sorgente] A Gotenhafen si trovavano, nella base denominata GAMMASOM, nove battelli di tipo U-Boot VII (U428, U746, U747, U429, U748, U430, U749, U1161 e U750, ribattezzati nellordine da S1 a S9) che avrebbero composto la Classe S con i relativi equipaggi in addestramento[83]; i battelli vennero presi in forza dalla Kriegsmarine[84] e parte degli equipaggi decise di continuare la lotta con i tedeschi. Estremo Oriente[modifica | modifica sorgente] Per le unità in estremo Oriente lordine fu “Navi et sommergibili tentino raggiungere porti inglesi aut neutrali oppure si autoaffondino”. L8 settembre lincrociatore coloniale Eritrea era in navigazione tra Singapore e Sabang per dare supporto al sommergibile oceanico Cagni. Al momento dellannuncio dellarmistizio lEritrea obbedì agli ordini e di diresse alla massima velocità verso la base navale britannica di Colombo. Le cannoniere Lepanto e Carlotto, oltre al transatlantico Conte Verde, che si trovavano a Shanghai si autoaffondarono il 9 settembre per evitare il sequestro da parte delle forze giapponesi. Stessa sorte per lincrociatore ausiliario Calitea in porto a Kobe per lavori. I tre sommergibili oceanici Giuliani, Cappellini ed il Torelli ormai inadatti per scopi bellici erano stati nel frattempo convertiti in trasporti e destinati allo scambio commerciale di materiali strategici tra la Germania e il Giappone. I tre sommergibili vennero catturati dai giapponesi mentre erano a Singapore ed a Sebang (il Cappellini)[85]. Dopo alcune settimane di dura segregazione, disobbedendo alle indicazioni degli ufficiali, la quasi totalità dellequipaggio[senza fonte] dei battelli decise di continuare a combattere a fianco degli ex-alleati tedeschi e giapponesi, aderendo di fatto alla Repubblica Sociale Italiana. Il Giuliani, Cappellini e Torelli, furono incorporati nella marina tedesca con matricole rispettivamente U.IT.23 (venne affondato da un sommergibile britannico il 14 febbraio 1944, con a bordo 34 uomini di equipaggio tedeschi e 5 italiani)[86], U.IT.24 (mai impiegato, dai tedeschi) e U.IT.25 (utilizzato per il trasporto) e comandati da ufficiali tedeschi. Il Cappellini (U.IT.24) ed il Torelli (U.IT.25), con la resa della Germania, passarono ai giapponesi (denominati I.503 e I.504)[87][88] e, ancora con equipaggio misto giapponese-italiano e comando giapponese continuarono la guerra fino alla resa del Giappone. Consegnati agli Stati Uniti presso il porto di Kobe, furono successivamente affondati a largo nellaprile del 1946.[85] Mar Egeo[modifica | modifica sorgente] Alcuni paracadutisti tedeschi attendono di partire da Creta con destinazione lisola di Lero, nel novembre 1943 Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campagna del Dodecaneso. Il governatore delle Isole Italiane dellEgeo, all8 settembre 1943, era lammiraglio di squadra Inigo Campioni, competente anche per le Sporadi settentrionali e le Cicladi. Egli risiedeva a Rodi e fungeva anche da comandante superiore delle forze armate (abbreviazione del comando: Egeomil). Nello scacchiere del mar Egeo (escluse Cerigo, Cerigotto e altre isole del Peloponneso dipendenti da Marimorea) la Regia Marina gestiva le sue unità attraverso il comando della zona militare marittima delle Isole Italiane dellEgeo (Mariegeo) guidato dal contrammiraglio Carlo Daviso di Charvensod.[89] La sede di Mariegeo era Rodi città. Le forze a disposizione del contrammiraglio Daviso erano divise tra la IV Squadriglia cacciatorpediniere (Francesco Crispi e Turbine al Pireo più lEuro a Lero – il Quintino Sella si trovava invece a Venezia per dei lavori), la III Flottiglia MAS che comprendeva una squadriglia di motosiluranti e tre squadriglie MAS, alcuni gruppi antisommergibile e di dragaggio, unità per i servizi locali, alcune unità ausiliarie e il V Gruppo sommergibili, i cui battelli però erano dislocati tutti fuori dallEgeo. Il totale del personale della Marina era di 2.000-2.200 uomini, unità navali comprese.[90] Verso le 20:30 dell8 settembre, dopo aver ascoltato il proclama Badoglio che annunciava larmistizio alla Radio, il governatore Campioni riunì al castello di Rodi tutte le autorità superiori ai suoi ordini, ma, a causa della mancanza di ordini dai comandi in Italia, non venne presa nessuna decisione. In effetti il comando supremo in Italia aveva preparato per lEgeo un promemoria n.2 con le direttive da seguire in caso di armistizio, ma laereo che doveva trasportare tale promemoria non riuscì a decollare, a causa del maltempo, prima del 9 settembre. Atterrato per caso a Pescara per fare rifornimento, vi ritrovò il Re e la sua corte in fuga, e gli fu ordinato di seguirli. Il promemoria n.2 quindi non arrivò mai a destinazione, ed è per questo che il capo di stato maggiore generale Ambrosio ne inviò un riassunto via telegramma nella notte tra l8 e il 9 settembre.[91] I comandi delle unità navali tuttavia erano già stati messi in guardia contro possibili colpi di mano tedeschi già dopo il 25 luglio (arresto del Duce). Daviso, inoltre, ordinò a tutte le unità in navigazione di concentrarsi a Lero (salvo le motosiluranti e i MAS di Rodi che dovevano rimanere sul posto), informò i comandi di Lero, Stampalia e Sira della situazione e li autorizzò ad opporsi con le armi a qualsiasi atto ostile tentato dai tedeschi, anticipando in tal modo gli ordini di Supermarina e del comando supremo giunti più tardi e decifrati nelle prime ore del 9 settembre (il riassunto del promemoria 2).[92] Daviso invece non venne a sapere né delle clausole dellarmistizio trasmesse da Supermarina (tra cui cerano quelle di evitare la cattura dei mezzi da parte dei tedeschi e di trasferire – senza consegnare o abbassare la bandiera – la flotta ad Haifa),[93] né delle istruzioni per il concentramento delle unità navali date dal comandante delle forze navali Alleate nel Mediterraneo ammiraglio Cunningham.[94] Dal 9 settembre le forze tedesche entrarono in azione prima a Rodi, poi in tutte le isole italiane, dove in alcune, come a Coo o a Lero, erano sbarcati anche dei rinforzi britannici in aiuto alle truppe italiane. Le forze navali della Regia Marina si trovarono quindi in vario modo ad appoggiare i combattimenti terrestri. Nelle vicende che seguirono alcune vennero distrutte dai tedeschi (o, dopo che vennero da questi requisite, dai britannici), altre catturate, mentre altre ancora fuggirono nella neutrale Turchia dove vennero requisite dalle autorità e gli equipaggi internati.[95] Le unità superstiti furono condotte ad Haifa e riunite nel Comando superiore navale del levante, costituito il 16 ottobre 1943. Il 24 aprile 1944 nacque anche il Gruppo MAS del levante.[96] In particolare, quasi tutte le unità navali (e aeree) riuscirono ad evacuare lisola di Rodi prima di essere catturate, grazie ad un ordine di partenza di cui non si è certi della paternità, attribuibile o al governatore Campioni, o allammiraglio Daviso (senza autorizzazione di Campioni) o, ancora, al capitano di corvetta Corradini, capo del settore militare che comprendeva il porto.[97] Un MAS si rifugiò in Turchia, mentre le altre imbarcazioni proseguirono per Castelrosso o Lero.[98] In questultima isola i bombardamenti tedeschi cominciati il 26 settembre affondarono un totale di dodici navi italiane, tra cui il cacciatorpediniere Euro e il posamine Legnano, mentre unaltra imbarcazione venne affondata per errore da alcune motocannoniere della Royal Navy. Un altro posamine, lAzio, venne fatto allontanare da Lero per evitarne laffondamento e, attaccato dai tedeschi nelle acque di Lisso, calò lancora in un porto turco per sbarcare il morto che aveva avuto dopo lattacco e altri feriti. Il comandante si vide rifiutare la richiesta di avere quindici giorni di tempo per riparare le avarie e ripartire, sicché nave ed equipaggio vennero internati.[99] Quando, il 16 novembre, italiani e britannici si arresero, i mezzi navali ancora efficienti a Lero erano principalmente quattro MAS, una motozattera e quattro motopescherecci. I MAS e tre motopescherecci vennero internati in Turchia (due MAS furono poi liberi di raggiungere Haifa il 29 febbraio 1944), mentre la motozattera e un altro motopeschereccio, una volta arrivati ad Haifa, furono usati dai britannici.[100] Il suicidio di Fecia di Cossato[modifica | modifica sorgente] Carlo Fecia di Cossato Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Carlo Fecia di Cossato. Il comandante Carlo Fecia di Cossato, asso dei sommergibilisti della Regia Marina, con 17 imbarcazioni nemiche affondate e medaglia doro al valor militare al comando del Sommergibile Tazzoli, dopo larmistizio operò anche durante la cobelligeranza in missioni di scorta, al comando della torpediniera Aliseo. Quando nella primavera 1944 si diffuse la notizia che, nonostante la cobelligeranza, le navi italiane sarebbero state comunque cedute alle potenze vincitrici Di Cossato ordinò alla propria squadra, quando fosse venuto il momento, di non accettare lordine di consegna e piuttosto di aprire il fuoco contro le navi Alleate e poi di autoaffondarsi.[101] Nel giugno 1944 il nuovo governo presieduto da Ivanoe Bonomi si insediò rifiutandosi di giurare fedeltà al Re; gli alti comandi della Marina si adeguarono alla scelta ministeriale ma, il 22 giugno, Carlo Fecia di Cossato, di fronte alla richiesta dellammiraglio Nomis di Pollone di riconoscere con giuramento di fedeltà il nuovo Governo del Sud ed uscire in pattugliamento, si rifiutò, dicendo di non riconoscere come legittimo un governo che non aveva prestato giuramento al Re e che pertanto non avrebbe eseguito gli ordini che venivano da quel governo e rifiutandosi ad un esplicito ordine dellammiraglio.[102]. Fecia di Cossato fu sbarcato, messo agli arresti per una notte in fortezza per insubordinazione e quindi privato del comando[103]. La mattina successiva ci furono gravi tumulti fra gli equipaggi che si schierarono dalla parte di Fecia di Cossato rifiutando di prendere il mare e reclamando la liberazione del comandante e il reintegro.[104] In breve Fecia di Cossato fu rimesso in libertà ma posto in licenza per tre mesi. Nellagosto 1944, già psicologicamente segnato dalla morte dei marinai del Sommergibile Tazzoli scomparso nel maggio 1943, poco tempo dopo che ne ebbe lasciato il comando, si suicidò a Napoli, lasciando una lettera testamento a sua madre in cui accusava la grave crisi dei valori nei quali aveva sempre creduto e come denuncia morale contro tutti coloro per i quali il giuramento di fedeltà, a suo tempo prestato, sarebbe stato solo una parola al vento. La consegna della flotta ai vincitori, a seguito dellArmistizio dell8 settembre 1943, costituiva a suo giudizio una resa ignominiosa della Marina a cui si era rassegnato perché ci è stata presentata come un ordine del re, che ci chiedeva di fare lenorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della Monarchia al momento della pace. Però siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Inoltre da questa constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso[105]. Il destino della flotta dopo i trattati di pace[modifica | modifica sorgente] Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Trattato di Parigi fra lItalia e le potenze alleate. Il trasferimento permise il salvataggio di gran parte della flotta che venne internata ad Alessandria dEgitto. Al 21 settembre, le cifre ufficiali italiane, sulle 319 imbarcazioni da guerra in organico, ne indicano come consegnate agli Alleati una cifra variabile dalle 79 alle 173 unità; quelle britanniche dicono che furono 133. Nelle sue memorie De Courten parla di 39 navi autoaffondate dallequipaggio o comunque sabotate e impossibilitate a prendere il largo.[106] Nonostante a Taranto il 23 settembre fosse stato firmato un accordo, tra De Courten e Cunningham, che sanciva una collaborazione tra le due marine da guerra, lammiraglio Oliva disse che « Il periodo trascorso ad Alessandria è stato alquanto duro per le condizioni di spirito, per le difficoltà dei rifornimenti, soprattutto acqua, per il clima, per linazione, per lincertezza dellavvenire e per il trattamento piuttosto rigido usatoci dalle Autorità navali britanniche ».[107] Lammiraglio Giovanni Galati da Brindisi dispose linvio di due torpediniere, Clio e Sirio, stipate di viveri e munizioni, verso Cefalonia, in soccorso della Divisione Acqui che aveva rifiutato lultimatum tedesco di arrendersi. Le due torpediniere erano a disposizione del Comando Marina in Puglia per servizi di scorta e pattugliamento locale; avuta notizia della partenza, il comando Alleato di Taranto nella persona dellammiraglio Peters ordinò perentoriamente di richiamare le navi[108]. « Il 13 ottobre 1943 lItalia dichiarò guerra alla Germania iniziando così il periodo detto della cobelligeranza con gli alleati. Tutte le navi fecero quindi ritorno a Taranto, eccezion fatta per il Vittorio Veneto e la ribattezzata Italia (ex Littorio) che furono trasferite ai Laghi Amari dove rimasero per i successivi tre anni »[109]. In seguito buona parte venne demolita o consegnata agli Alleati secondo le condizioni imposte allItalia dal trattato di pace, tra il 1948 ed il 1955. La Regia Marina terminò la guerra con 105 navi per 268.000 tonnellate. Secondo i trattati di pace di Parigi del 1947 avrebbe dovuto mantenere solo 46 unità per 106.000 tonnellate. La Francia ottenne tre incrociatori più quattro cacciatorpediniere e una nave appoggio. La Jugoslavia due torpediniere. LURSS ottenne una corazzata, un incrociatore, due cacciatorpediniere, tre torpediniere e una nave scuola. I greci ebbero lincrociatore Eugenio di Savoia che divenne la nave ammiraglia della flotta. Le due corazzate moderne della classe Littorio vennero demolite assieme a molte altre unità.[110] Navi cedute alle potenze vincitrici:[111][112] Stato Unità cedute Note Regno Unito Regno Unito Nave da battaglia Vittorio Veneto, sommergibili Atropo e Alagi, posamine Fasana, 8 unità tra motosiluranti, MAS e VAS, 3 motozattere, 4 navi ausiliarie, 9 rimorchiatori. Il Regno Unito rinunciò completamente a tutta la quota di naviglio spettantegli il 31 ottobre 1947, imponendone però la demolizione e richiedendo in cambio la consegna di 20.000 tonnellate di rottami ferrosi, richiesta completata nel gennaio del 1952. Stati Uniti Stati Uniti Nave da battaglia Italia, sommergibili Enrico Dandolo e Platino, 8 unità tra motosiluranti, MAS e VAS, 3 motozattere, 3 navi ausiliarie, 9 rimorchiatori. Gli Stati Uniti rinunciarono completamente a tutta la quota di naviglio loro spettante il 17 settembre 1947, imponendone però la demolizione. Francia Francia Incrociatori leggeri Scipione Africano, Attilio Regolo e Pompeo Magno, cacciatorpediniere Alfredo Oriani, Legionario, Mitragliere e Velite, sommergibili Giada e Vortice, nave coloniale Eritrea, 9 unità tra motosiluranti, MAS e VAS, 5 motozattere, 7 navi ausiliarie, 12 rimorchiatori. Il 14 luglio 1948 la Francia rinuncerà a parte della quota spettante in cambio della pronta consegna delle navi immediatamente disponibili, consegna completata entro la fine del 1948; in particolare, oltre ad alcune unità minori, risulteranno non consegnati lincrociatore Pompeo Magno e i due sommergibili, che rientreranno in servizio con la Marina Militare italiana. URSS URSS Nave da battaglia Giulio Cesare, incrociatore leggero Emanuele Filiberto Duca dAosta, cacciatorpediniere Artigliere, Fuciliere e Augusto Riboty, torpediniere Animoso, Ardimentoso e Fortunale, sommergibili Marea e Nichelio, 13 unità tra motosiluranti, MAS e VAS, 3 motozattere, 7 navi ausiliarie (tra cui la nave scuola a vela Cristoforo Colombo[113]), 12 rimorchiatori. Tutte le unità saranno consegnate allUnione Sovietica tra il gennaio del 1949 ed il gennaio del 1950, tranne il cacciatorpediniere Augusto Riboty e alcune unità minori giudicate troppo obsolete, per le quali verrà chiesto in cambio una compensazione economica. Jugoslavia Jugoslavia Torpediniere Aliseo, Ariete e Indomito, 7 dragamine, 2 motozattere, una nave ausiliaria, 4 rimorchiatori. Tutte le unità saranno consegnate alla Jugoslavia tra lagosto del 1948 e il maggio del 1949, tranne una motozattera giudicata inefficiente. Grecia Grecia Incrociatore leggero Eugenio di Savoia, nave cisterna Aterno. La seconda unità sarà consegnata nellagosto del 1948, la prima nel luglio del 1951 dopo lavori di riparazione. Albania Albania Cannoniera Illiria Dopo un lungo contenzioso, lunica unità assegnata non verrà consegnata. Note[modifica | modifica sorgente]
Posted on: Fri, 22 Nov 2013 16:40:59 +0000

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